Nel progetto SERIALMIRRORS, nato da uno strutturato percorso di studio e ricerca sulle donne assassine iniziato nel 2020, questa istanza si concretizza attraverso nove specchi-feticcio lavorati con tessuti, cinghie e borchie. Ciascuna opera riflette e rievoca le vicende di figure entrate nella cronaca nera o nella leggenda: da Madame Popova, Madame La Voisin e le sorelle Papin, fino all’icona cinematografica Beatrix Kiddo e a Lizzie Borden.

Proprio il caso di Lizzie Borden, la giovane parrocchiana ottocentesca accusata di aver trucidato i genitori a colpi di scure e assolta perché la morale vittoriana non concepiva che una “zitella di buona famiglia” potesse compiere un simile massacro, torna oggi prepotentemente d’attualità. Alimentato dal fascino intramontabile del true crime e rilanciato dai riflettori globali di piattaforme come Netflix con la nuova stagione di Monster, il mito di Lizzie interseca la contemporaneità, offrendo l’occasione perfetta per riscoprire la profondità di questa ricerca.

La mostra indaga l’oggetto-specchio come wormhole e soglia tra realtà e narrazione, fondendo la cronaca storica con i codici visivi odierni. L’atto di evocare tali figure non costituisce un’apologia della violenza, bensì un’indagine concettuale sul diritto alla spietatezza nella difesa della propria unicità, fino a riconoscere l’esistenza di quelle zone d’ombra, di quei lati oscuri che appartengono a ogni individuo, oltre il genere, oltre l’identità e oltre ciò che scegliamo di mostrare agli altri.
