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Boris Brollo, critico e curatore, alla mostra personale “Il Sex Appeal dell’Inorganico” @ Flue Gallery, Portogruaro (VE)

IL SEX APPEAL DELL’INORGANICO

Freud ha scritto che siamo coatti a ripetere e pertanto, noi umani, rifaremo i medesimi errori, generazione su generazione. Anzi, se non ricordo male una mia lettura di C.G. Jung, egli sosteneva che una generazione fa il contrario della precedente in maniera ciclica affinché “tutto cambi perché nulla cambi”. Ed è in questa reiterazione che il filosofo G. Deleuze trova una “differente ripetizione” dentro un teatro di Io. Qui, in questi interstizi fra gli Io, si colloca l’arte feticista di Ketra. L’artista Cindy Sherman, nella Biennale diretta da Massimiliano Gioni all’Arsenale, riunì, in uno spazio apposito, tutti gli elementi che formarono il suo bagaglio culturale, la sua cultura artistica. E come Lei indicò gli oggetti erotici dell’Oceania, le foto di Molinier in Francia, le stampe dell’Ottocento sia inglese che francese, sino alle culture antropologiche degli Indios; così Ketra, nella sua tesi di laurea all’Accademia di Belle Arti, ripercorre tutti gli scrittori e gli studiosi dell’Eros. Per cui si trovano citati, anche qui: De Sade, George Bataille, Antonin Artaud, Freud, Jung, Frazer, Ernst Kris, il fotografo francese Pierre Molinier, Pierre Klossowski, la stessa Cindy Sherman, Hans Bellmer, Dalì, André Masson, Paul Breton, Man Ray, M. Duchamp, Otto Dix, Georg Groz e gli Azionisti Viennesi. Tutto quel pensiero, quel fare arte, che va oltre il semplice riprodurre la realtà, ma si configura come “abreazione” cioè rottura col presente per tramite di uno shock psicologico. Tutti perciò siamo figli di questa matrigna che è la nostra Natura umana, la nostra Sessualità. Tutti inevitabilmente dipendiamo da quella ripetizione che è l’atto sessuale per la procreazione, e in virtù del perpetuarsi della vita lo definiamo Amore. Ma alcuni di noi lo sanno vivere in maniera sublimata, esterna a Se stessi, riproducendone così il lato più profondo, quello oscuro che tutti, più meno, qualche volta sentiamo emergere da dentro di noi. “Si annuncia così il passaggio da una sessualità organica, orgastica, fondata sulla differenza dei sessi, guidata dal desiderio e dal piacere, a una sessualità neutra, inorganica, artificiale, sospesa in una eccitazione astratta e infinita…” (Mario Perniola, in Sex Appeal dell’Inorganico*, Einaudi editore).

Barbara Codogno, curatrice e giornalista per il Corriere del Veneto, alla mostra personale “Incursioni Domestiche” (PD)

L’artista Ketra pone il “corpo” al centro della sua colta e concettuale riflessione artistica, lo approccia però attraverso la sperimentazione di materiali “altri”, apparentemente lontani dall’organicità fisica – latex, silicone, pvc, etc. – eppure riconducibili verso la deviazione “erotica” del corpo en travesti. Questa la cifra che ci permette di orientarci nella lettura delle sue molteplici produzioni: l’oscillazione perenne tra l’assenza del corpo biologico e la sua mistica sublimazione nel feticcio. INCURSIONI DOMESTICHE è una personale da leggere come epos narrativo che ci conduce dritti nel cuore della domus. La casa è qui intesa nella sua più profonda legenda. Tre gli “stereotipi” domestici che ci accolgono: l’estetica di una testata della poltrona Frau, le presine da cucina fatte dalla nonna e un vecchio trofeo: la testa di un animale impagliato. Su questi oggetti verte la riflessione – trasgressione artistica e concettuale di Ketra che ce ne “svela” la componente erotica. L’occultamento della sessualità viene smascherato dall’artista che la riporta a galla: l’oggetto mostra il suo vero volto soltanto se diventa se stesso. Grazie all’incursione dell’erotismo che sovverte l’oggetto in “corpo – feticcio” Ketra arriva alla sua verità. Ecco allora che le presine fatte a mano dalla nonna, pensate per proteggerci dal fuoco, diventano invece portatrici di “scottanti” messaggi erotici e pornografici ( Grandmother fucker). La poltrona Frau, che dovrebbe accogliere comodamente il corpo, si riempie di borchie e di lacci e così si svela nella sua essenza di “corsetto”: un oggetto che fa della costrizione e del rimodellamento del corpo la magia della sua eleganza ( Siamese Sisters).
Mentre il trofeo animale è ora un teschio decorato di pelle e di borchie. Anche qui il rovesciamento è palese: l’oggetto domestico che è la testa impagliata finge di trattenere la vita dell’animale morto e gode esteticamente di questa “vita apparente”. Ketra, impietosa, ci mostra invece la morte del corpo, dell’animale. Il suo teschio, le sue ossa sono però esteticamente decorate di pelle nera e di borchie, simboli del corpo – feticcio al quale demandiamo la nostra oscura e segreta – quanto omologante – pulsionalità erotica ( Black Desire). La mostra si arricchisce anche di elementi installativi: accanto a Grandmother fucker l’artista posiziona il tavolino e gli strumenti da lavoro impiegati dalla nonna nella realizzazione delle presine (uncinetti, filo, etc). Un video propone in loop le immagini delle mani della nonna fotografate dall’artista durante l’esecuzione delle presine.

Raffaella Ferrari, critico d’arte, mostra “Il femminile”, Galleria Castellano Arte Contemporanea (TV)

Scampoli di pelle sintetica, borchie, catenelle (sorta di piercing), lacci di raso o filo, introflessioni del tessuto e estroflessioni, sublimazione dell’elemento oggettuale (corsetti) produce esiti di luminosa resa plastica. Ketra e i suoi bustini, oggetto fondamentale nella storia dell’abbigliamento femminile, reinventato dall’artista in chiave moderna e dal significato che va oltre l’oggetto e la sua funzione, ma diventa simbolo di femminilità oltre la moda e il tempo. La domanda sorge spontanea, cosa c’è dentro il corsetto? U mondo di emozioni scandito dal ritmo del respiro costretto dietro a tensioni rese dai lacci ammorbiditi dalla pelle elastica, la donna e il suo sensuale donarsi, la donna e il non concedersi, un mondo palpitante di sensazioni e sogni al femminile.

Daniela Monti, giornalista Corriere della Sera, alla mostra personale @ Redstampartgallery , Amsterdam-Olanda

Introflessioni ed estroflessioni, il dentro e il fuori, la tela che diventa scultura. C’è il “respiro” e il movimento delle opere di Enrico Castellani e Agostino Bonalumi nei lavori presentati da questa artista. Italia, anni ’60. Quell’idea di una pittura a tre dimensioni è solo la base di partenza. Ciò che Ketra ci costruisce sopra è poi risultato di tante suggestioni diverse: il brivido tattile del movimento Skin two, seconda pelle, cresciuto nella Londra anni ’80 che ha sdoganato il feticismo e che, con l’ideazione di “arnesi” di costrizione in cuoio o pvc, ha reinventato in qualche modo le forme del corpo; il gusto per il gotico, per l’estetica che trae la sua forza dall’ambiguità. E la moda, infine, più terreno inevitabile di confronto che non fonte di ispirazione. Eppure è il dialogo con la moda a incuriosire di più. La moda è una rivoluzione continua, a scadenza semestrale; il lavoro di Ketra ha l’ambizione di durare nel tempo, portando avanti un’idea di bellezza – e perché no, di lifestyle – originale, divertita e fortemente allusiva. Ma c’è più di un punto di contatto fra le due: 1) la sensualità dei lacci, Le modelle di John Galliano, nel 1986, tenevano insieme i corpetti con lo spago; Jean Paul Gaultier con i suoi corpetti di gomma soffocava il seno delle indossatrici in un intrico di corde e nodi. E poi certe scarpe di Manolo Blahnik fatte solo di lacci da avvolgere attorno alle caviglie, strizzando l’occhio (come fa Ketra) al fetish. Garze, lacci, bende. E bustini stringati. E’ l’idea di un corpo che finalmente è stato preso, imbrigliato. Ma insieme – ecco il colpo di coda – più che un prigioniero sembra un bozzolo, da cui sta per nascere dell’altro, una forma nuova, un corpo mutante. 2) Il nudo rivestito, l’esibizionismo habillè Negli anni ’70 la seduzione era spogliarsi, Yves Saint Laurent nel 1967 aveva lanciato il suo nude look, tutto era trasparenza, gioco del vedo-non-vedo. Poi l’inversione di tendenza: per sedurre ci si torna a vestire e il minimalismo degli anni ’90 dà il colpo finale, mandando la nudità (definitivamente?) fuori moda. Qui siamo ancora oggi, con il corpo diventato una faccenda quasi esclusivamente cerebrale. L’abito sussurra al cervello, è lì che tutto succede, come sussurrano le bambole di Ketra, attrici di una messa in scena teatrale tra reale e immaginario. 3) Il sesso diventa travestimento Le sfilate di moda degli ultimi dieci anni hanno imposto uno stile forte, da adescatrici di lusso. Nel 1997 Alexander McQueen per Givenchy e John Galliano per Dior fanno marciare le loro modelle-passeggiatrici lungo passerelle trasformate in viali di periferia con tanto di lampioni o in postriboli. E’ solo l’inizio. Tutto diventa un richiamo esplicito al sesso (a pagamento). Il fotografo cult della moda è Helmut Newton, con il suo immaginario seduttivo affollato di feticci e la sua celebre frase “adoro la volgarità” che è una dichiarazione di guerra verso tutto ciò che è banale e ordinario. Ed è in questa continuità di ricerca che mi sembra si collochi l’opera di Ketra, un altro tassello del quadro che, raccontando le mutazioni dei corpi, riesce a svelare molto di noi stessi.

Daniele Capra, curatore e critico, “KETRA, le bambole”, Tribuna di Treviso, 5 febbraio 2009

L’arte che non ti aspetti: provocante, fetish, pruriginosa. La seduzione balla sulle gambe di ragazze discinte, protagoniste della performance che ha anticipato ieri sera l’apertura della prossima mostra all’Art Way Gallery di Treviso, che si terrà sabato 7 febbraio alle 21.30. Mente dell’operazione è Ketra, artista che ha immaginato di fare dello spazio espositivo – collocato nel quartiere del divertimento della Fonderia – una vetrina a luci rosse con donne in mostra, non dissimile da quelle che fanno strabuzzare gli occhi a tanti uomini nella zona hard di Amsterdam (che a sentire i ben informati è frequentatissima da giovani della città). Ma niente che vada oltre il buon gusto o il piacere della provocazione, di cui evidentemente si sente ancora bisogno in una città che è pancia del Nordest, per certi aspetti ancora vittima dei tanti cliché che si è cucita addosso. Non sono infatti fini a sé stesse le donne in carne ed ossa che Ketra ha voluto collocare in vetrina, ad attirare lo sguardo dei tanti voyeur: ci raccontano invece delle dinamiche della seduzione femminile, ma forse ancor di più, della condizione di homo videns cui l’umanità occidentale si è ridotta (per il bulimico consumismo di immagini, per pigrizia culturale). E a questo si deve aggiungere la cifra linguistica dell’artista, attratta e solleticata da un immaginario sadomaso fatto di abbigliamenti in pelle e lattice, che trasforma in maschere l’identità individuale, che fa sfumare il fuoco della carne in bambole di ceramica. E’ un lavoro particolarissimo quello di Ketra, che mischia l’erotismo spinto con l’algida tradizione delle bambole. Il suo mondo è quello dei freaks, di bambole-oggetto che hanno in sé la forza del feticcio sessuale e la capacità evocativa dell’universo dei giochi di fanciulli, perversamente compenetrati. La mostra di Ketra inaugura il secondo anno di attività dell’Art Way Gallery, associazione che sta operando in zona Fonderia con la volontà di portare la ricerca contemporanea vicina ai ragazzi, ai luoghi frequentati nel tempo libero.

Antonella Federici, giornalista, alla mostra personale all’Artway gallery (TV)

Ci sarà uno mostra fetish… rizzano le orecchie tutti gli uomini che ci sono nel raggio di centinaia di metri. Nessun sordo, nessun distratto… si girano e ti guardano come avessi pronunciato la frase: «mi carico io il vostro mutuo». Anche di più. Li guardo: scusate, ma vi interessa il fetish? A chi, a me? Ma no, era curiosità, sa, solo curiosità. E siccome sono curioso, mi dica dove e quando, che magari vengo a dare un’occhiata, tanto per stare al corrente… Ma l’artista, dietro quei pensieri rossi neri e bianchi, è un angelo. Perchè in realtà solo un angelo può guardare con tanta ingenuità le perversioni (ha fatto la tesi, sulle perversioni umane), di chi vuole essere picchiato, o dominato, o che sa desiderare una donna solo se questa sta dietro un tacco a spillo e una maschera di pelle. Elena è un angelo, per carità non nel senso di quelli del paradiso – sono buddhista! – ma nel senso di quelle persone meravigliose che nel cervello non hanno nè prevenzioni, nè odi pregressi; non hanno frustrazioni nè falsita’, di quelle che guardano il mondo così com’è, e lo rappresentano come lo vedono, perchè nell’anima sono artiste. Nero. Viola. Bianco. Rosso. Il mondo è nero, nero di cattiveria, nero di dolore, nero di speranze, nero di non-conoscenze, nero di troppa notte nelle anime, nero di troppe occasioni perdute, di troppe paure mai vinte. Il mondo è rosso. Di sangue: oddio, ma quanto ne circola tra prigioni, ospedali, guerre, omicidi, rivoluzioni, repressioni, epserimenti, vendette… Rosso di rabbia, perchè non riesce a guarire la sua tendenza fatale alla distruzione, all’odio, all’invidia, alla rivalità. In sostanza, alla stupidità. Rosso di rabbia perchè finge di non vedere, e si strozza nel suo tentativo ipocrita di attribuire a qualche dio che vede la madonna vergine (o odia la donna: la piu’ grandiosa tra le bugie cui la gente finge di credere); si strozza nelle sue confessioni, rese ad un uomo magari pedofilo che deve sapere i fatti tuoi per farti ricattare dal suo padrone (terreno). Il mondo è viola, per la Quaresima continua che si autoinfligge tentando di cambiare; ma ognuno aspetta che cambi prima l’altro, e il viola non dura solo 40 giorni e non spaventa solo i teatranti… Il mondo è anche bianco: bianco di immensità, il colore in cui si fondono tutti i colori; è bianco di tutto come la mente della giovane artista che si chiama sì, Elena (che del resto era la più bella del creato), ma che vuole chiamarsi anche Ketra, e Skinky, e Carmilla o Lestat che sia, vampiro di mille anni e di fascino assoluto. Bianco di fantasia in un corpo bellissimo, come Elena, che plasma, crea, inventa… ma rimane chiusa nel suo mondo di timidezza. Dobbiamo pensarci noi, a servire questa meraviglia: perchè l’artista è quello che ci regala la fantasia che noi non abbiamo. Ed è quella che specifica: «Le mie bamboline sono fetish. Io no».

Alain Chivilò, critico d’arte, intervista nel mensile La Piazzapiù, luglio 2012

Elena Pizzato in arte Ketra. C’è un particolare significato in questa scelta?

Mi piace leggere i tarocchi e Ketra fa parte di queste carte. Il suo numero è il XXI e prende il significato di mondo, perfezione e viaggi. L’ho adottata come un personale porta fortuna ed è la motivazione della mia firma.

Cosa rappresenta per lei il fetish?

Il fetish rappresenta un’estetica accattivante e originale soprattutto per la cura dei dettagli. Mi affascina molto la perfezione e la cura del dettaglio che cerca di andare oltre. Sono creazioni stilistiche e concettuali di cui il fetish stesso è pieno. C’è anche un gusto del gotico e del dark che, assieme, creano un’armonia che sento molto vicina. Inizialmente, sin dagli studi accademici, sono partita dall’analisi della chirurgia estetica prendendo in mano materiali quali il silicone, i fili per cucire per arrivare a una seconda pelle che è il pvc. Di conseguenza mi sono avvicinata alla dimensione fetish. Comunque la mia attrazione è puramente estetica.

L’aspetto e il richiamo all’eros e alle sue pratiche è spesso molto mediatico basti vedere cosa propone la tv. Nell’arte spesso diventa provocazione. Qual è il suo pensiero partendo dai suoi lavori?

Il mio obiettivo non è la provocazione, perché mi piace analizzare una cosa che mi attrae. E’ un gioco che riguarda queste mie creazioni ispirate ai corsetti. Apprezzo chi crea provocazione ma in modo intelligente. La mia invece è una situazione allusiva per farti riflettere comprendendo il significato nei dettagli anche successivamente.

Che materiale utilizza per la base dell’opera e nelle estroflessioni c’è un richiamo voluto a Castellani?

Adoro Castellani perché è un grande Maestro. E’ geniale e puro nella sua creazione dello spazio. Dal nulla riesce a creare delle percezioni raffinatissime e delicate. Apprezzo anche Bonalumi con le sue estroflessioni imponenti e forti. Per quanto riguarda i miei lavori ho utilizzato diversi materiali per le mie basi. Essendo attratta dai corpi costretti dentro guaine e dal pvc di queste mise che si utilizzano, ho cercato nell’ambiente delle mistress il materiale più adatto, ossia il pvc elasticizzato. Ha una grande tenuta, è lucido e ha un effetto cromatico e tattile che amo. Considero però maggiormente il concetto d’introflessioni, in quanto la borchia va a incidere la gomma che è all’interno. E’ una sperimentazione opposta a quanto studiato. Inizialmente usavo i chiodi, invece ora un tipo di borchie più curate. L’effetto bombato che inserisco nelle opere parte da un amore per le imbottiture, come quelle sale particolari ad insonorizzazione zero. Sono dunque corpi contenuti di gomma morbida che inserisco.

L’esplorazione nel mondo fetish è un capitolo della tua rappresentazione? Eventuali nuovi orizzonti?

Ha rappresentato sicuramente una serie ma ora mi sto concentrando nello studio di materiali, quali il plexiglass e in tecniche fotografiche cogliendo dettagli per renderli evidenti. Per esempio un pannello anche senza lacci, imbottito e borchiato abbinato a una stampa su plexiglass in bianco e nero. Un elemento figurativo unito al pannello di riferimento che creano giuste sintonie. Invece nelle bambole ho creato degli scatti, delle macro atti a evidenziare un aspetto quasi umano in un gioco tra luce e oscurità. Un lavoro fotografico che mi sta coinvolgendo e appassionando. Dunque cerco di variare con altre tecniche per non rimanere a un format riconoscibile. In Art Way, per esempio, ho partecipato ad arti inferiori con l’ideazione di una gamba borchiata e a altre iniziative.

Colori quali il nero, rosso, viola e bianco. Cosa significano per lei?

Sono colori che m’appartengono. La scelta è istintiva ed è sentita da me a livello personale. Sono allusivi, perché sono colori anche utilizzati nei vestiti fetish, ma non c’è un significato particolare.

Le bambole sono assemblate da te o già precostituite? Che ruolo le assegni?

Le bambole essendo figurative sono più provocatorie, ma le guardo invece come aspetto ludico. Da bambole noiose e tradizionali con pizzi e mise classica passo alle mie aggressive, accattivanti e particolari. Operativamente prendo le bambole tradizionali e le spoglio dandole l’aspetto che preferisco. Cambio il modo di vederle passando da un concetto tradizionale al mio più accattivante. Scatto una foto di com’erano inizialmente e una dopo la mia elaborazione, allegando una carta d’identità descrittiva con un ruolo e nuove passioni . Creo il vestito, il trucco e i capelli. In sintesi rappresento i lati che una persona può assumere.

Matteo Vanzan, critico e curatore MV Eventi, alla mostra personale “Corset Philosophy” @ Area K ConTemporary Gallery, Castelfranco Veneto (TV)

Ambasciatrice di mondi. Spesso, nella mia vita di curatore, mi son ritrovato a chiedermi da dove provenga il mood che denominiamo come artistico. Moltissime gestualità le cui ricerche indagano il profondo, anime dal fuoco cruento il cui movimento ancestrale è inossidabile, nonostante la grande difficoltà di trovare una propria identità in un mare oggi popolato da un’infinità di pesci. Essere riconoscibili e mai scontati, dai chiari riferimenti storici e con una bibliografia di significati/significanti sufficientemente esaustiva da colpire nel segno anche il più pallido eremita dell’arte contemporanea non è poi così semplice. Parlo di alcuni artisti che risiedono nell’immaginario collettivo e che stimo particolarmente come Lucio Fontana, Alberto Burri, Michelangelo Pistoletto ed Enrico Castellani. La storia dell’arte, inutile dirlo, è storia del rinnovamento: dall’Informale fino alla Transavanguardia tutte queste eterne voci non si sono mai spente dentro di noi, urlandoci che il verbo dipingere è un verbo che serve per aprire nuovi orizzonti, come dipingere con una fiamma ossidrica, un taglierino o dei chiodi. Come sempre, nella stesura di un testo critico, mi faccio accompagnare dalla mia fedele compagna, la musica, protagonista di riflessioni e indagini che mi aiutano ad entrare nel lavoro di un artista. Elena suona come Homogenic di Bjork. Un lavoro tagliente e assolutamente vero, denso di passione che affonda le sue radici nei ghiacci islandesi, nella solitudine del pensiero e in una natura incontrollabile che vuole urlarci contro forze prepotenti, quanto elementari, dal fascino smisurato e pericoloso. Pericoloso nel momento in cui ci dominano e agiscono incontrastate nel nostro animo imponendosi come ponte tra due mondi: Musica e Natura. Visto così, il mood artistico diventa più sfaccettato e sottile se associato alla ricerca di Elena, nella quale i riflessi antropomorfi hanno solamente il vago ricordo di ciò che erano, bagliori di una memoria storica che non è più utilizzabile se non all’interno di un contesto più ampio. Ponti, come dicevo poco fa, tra due mondi che solo l’occhio attento di una ricamatrice può unire riuscendo a congiungere terre lontane che momentaneamente interagiscono; un nuovo sguardo, un nuovo approccio può dunque nascere ponendo il visitatore di fronte a colei che riesce a decontestualizzare non l’oggetto, ma il mondo stesso da cui l’oggetto proviene. Lolita è dunque questo, il Mondo del Burlesque che entra nel Mondo dell’Arte, sensualità e ironia – nata come parodia del mondo e delle abitudini dei ricchi per divertire le classi sociali meno abbienti – che oggi trova nell’auto-referenzialità un nuovo mood artistico d’esistenza diventando ponte tra altri ponti, tra subculture come il punk, il gothic, il rockabilly, estrapolando i propri striptease avvicinandoli alle performance di artisti d’avanguardia. Elena mi suona molto come un’Ambasciatrice tra tutti questi mondi, ponte essa stessa di un nuovo modo di vestire gli “oggetti” e attraverso la quale il cavalletto guarda alle estroflessioni di Castellani solamente come scusa primordiale per trovare nella tridimensionalità una percezione tattile di presenza costante. D’altra parte l’opera d’arte altro non è che ciò che riesce a farci provare, animata dalle immagini che suscita in noi o che le nostre abitudini vi associano; è l’armonia che stabiliamo tra noi e l’Arte che determina il mood evocativo di un’immagine. Nelle intro-estrotensioni di Ketra è quindi il corpo a diventare protagonista di questa presenza costante, un corpo che possiamo solo percepire e mai mostrato, assente nella sua presenza costretta dal corsetto, metafora che ci indica “un potere seduttivo, costrittivo, contenitivo, una forza pre-dominante che ci costringe ad essere modellati in virtù di un equilibrio formale, simmetrico, ordinato”, come lei stessa racconta. Oserei direi che il corpo è posseduto da una maschera fittizia di modernità fatta di ecopelle e pvc, immagine di ciò che vogliamo sembrare, più di ciò che siamo realmente, quasi che la volontà sia dunque plasmabile a seconda del contesto in cui ci troviamo, segno indistinguibile di una trasformazione che avviene periodicamente nell’uomo. Solamente con la violenza di un tirapugni possiamo alla fine scegliere da che parte stare, se nel mood di un’Arte che sempre si plasma e si rinnova diventando Ambasciatrice di nuovi orizzonti, oppure nel mood convenzionale del già visto di un’arte stantia il cui profumo è l’odore del passato. Ketra ha scelto.

Alessandro Zangrando, caporedattore Cultura del Corriere del Veneto

Ketra, artista bassanese. Bustini, ganci, stringhe, nastri di seta, destrutturati e ricostruiti su basi estroflesse in pvc, trapuntate di borchie. Spazialismo e concettualismo si mescolano a fascinazioni dark. Ketra ammicca, non è mai esplicita, facendo evaporare l’erotismo in una impaginazione chirurgica.

“AREAARTE”, autunno 2017

Anche l’arte è utile, se non indispensabile, per riqualificare, rivitalizzare, insomma per rendere più attraente e conferire una nuova vita a un quartiere di una città. Lo dimostrano i casi del distretto798 a Pechino, per non parlare di Chelsea e Soho. In scala – ovviamente – più piccola, conduce a queste case history l’esempio di Castelfranco, in provincia di Treviso. Tutto è partito da una intuizione, quella di Claudio Caufin, che ha dato vita a un esempio innovativo per il territorio. Nasce così la prima galleria d’arte pop-up. L’imprenditore ha pensato di allestire un suo immobile libero come galleria d’arte e ha chiamato l’artista Elena Pizzato, alias Ketra, bassanese di nascita ma castellana d’adozione. Pop-up retail o temporary store, così è chiamato il negozio a tempo, un esercizio temporaneo della durata di qualche giorno, fino al massimo un mese, un fenomeno nato in Gran Bretagna nel 2003 che ha trovato la sua massima espressione a New York, per poi spopolare anche in Italia, soprattutto nelle metropoli. Siamo di fronte a una strategia di marketing per prodotti in edizione limitata, soprattutto abbigliamento, che modifica notevolmente i canoni abituali della vendita al dettaglio. È considerata anche una risposta alla crisi economica, in quanto è una soluzione che consente, almeno parzialmente, un abbattimento di costi fissi.
Area K “Questo spazio è libero da un po’ di tempo – spiega Caufin – e prima che sia affittato commercialmente, mi piaceva creare qualcosa di nuovo per dare visibilità e riqualificare la zona, non essendo centralissima”. “Abbiamo chiamato la galleria Area K, giocando sulla prima lettera del mio nome – spiega Ketra -. Un nome che allo stesso tempo richiamasse un’atmosfera urbana”. Area K – Con/Temporary Art Gallery si trova nella piazzetta tra via Podgora e via Fabio Filzi, a pochi metri dalle mura della città del Giorgione; in precedenza c’era un’agenzia di viaggi, poi è rimasto chiuso, in attesa di un nuovo esercizio. Nel frattempo l’idea di allestire una galleria d’arte temporanea e contemporanea: “Da qui il gioco di parole Con/Temporary Art Gallery – spiega Ketra – l’arte contemporanea è in continuo divenire, si trasforma, sperimenta, proprio come il concept dei temporary store”. L’inaugurazione, affollata e seguita dai giornali e media locali, lo scorso 20 maggio, ha dato ragione a questa visione.
L’artista Elena Pizzato, nota come Ketra, è un’artista bassanese classe 1979, diplomata con lode all’Accademia di Belle Arti di Venezia in Pittura. Ha perfezionato la sua ricerca durante una residenza artistica in Olanda per poi esporre in numerose mostre in Italia e all’estero, tra cui la sua prima personale ad Amsterdam alla Redstampart gallery, al Museo d’Arte Moderna e Contemporanea MAM (MN), alla Fortezza Vecchia (LI), a Casa del Mantegna (MN). Sin dall’inizio Ketra ha posto il corpo in relazione ai concetti di seduzione, costrizione ed estetica inorganica, sperimentando molteplici materiali come il silicone, la gomma, il latex e il pvc. Le sue opere traggono ispirazione dalla musica dark, post punk e elettronica, dalla moda e le sue intriganti declinazioni, si percepisce l’estetica londinese Skin Two, le note del mondo Burlesque e Dark cabaret, così divertente e ammiccante non senza quell’aria “noir”, la tecnicità dei maestri storici che hanno fatto di un’intuizione la loro firma come Castellani e Bonalumi, e quelle verve dei contemporanei da Monica Bonvicini a Banks Violette e Marc Bijl. Una miscela di input che sono solo il punto di partenza di una sensibile ricerca artistica, attuale quanto originale.
Le opere In esposizione a Castelfranco gli originali quadri estroflessi in pvc e ecopelle, puntinati di borchie e lacci che simulano il corpo avvolto e corretto dal corsetto, storico indumento pieno di fascino e seduzione; stampe fotografiche su plexi ricamate da tattoo e intrecci, delle bamboline in ceramica dallo stile gothic chic, tra cui troneggia “Madama Before e After”, un’opera-specchiera fitta di punte d’acciaio che custodisce segreti inconfessabili (LECOSECHENONTIHODETTO), Black Desire, il “guardiano sospeso” che accoglie i visitatori all’entrata di questo viaggio tra noir e burlesque. Una parete è poi dedicata ad un’installazione intrigante, che include coloratissime presine fatte a mano dalla nonna su cui Ketra è intervenuta. Sul tradizionale oggetto da cucina l’artista ha inserito un elemento di latex, su cui ha inserito un alfabeto della trasgressione, ironicamente cucito col punto a “catenella”, coniugando candore e filosofia underground. Emerge così il gusto per il gotico e le atmosfere noir, per l’estetica dell’ambiguità. Il risultato è una composizione che nasce dall’unione di diversi stili che fra loro si compendiano e si arricchiscono fino a fondersi in un’unica visione. Vista da vicino “Bustini, ganci, stringhe, nastri di seta, destrutturati e ricostruiti su basi estroflesse in pvc, trapuntate di borchie. Spazialismo e concettualismo si mescolano a fascinazioni dark. Ketra ammicca, non è mai esplicita, facendo evaporare l’erotismo in una impaginazione chirurgica” così la descrive il giornalista Alessandro Zangrando. L’artista bassanese ha esposto recentemente alle collettive “Resilience”, a Campione del Garda, “Love and Violence” alla galleria civica Cavour di Padova, alla Contini Art Factory a Venezia, a “Senza Terra – Without Land”, evento collaterale della Biennale Architettura. In particolare alla Biennale di scultura “In terra, acqua, aria” sul parco di Villa Contarini a Piazzola sul Brenta, l’artista si è distinta per un’originale installazione “Omnia Munda Mundis”: un tirapugni (esposto anche all’Area K) che si trasforma in un dondolo per bambini, creando così ponti fra età dell’uomo, contaminazioni fra candore e maturità. L’ambasciatrice di mondi “Ketra mi suona molto come un’Ambasciatrice tra tutti questi mondi, ponte essa stessa di un nuovo modo di vestire gli “oggetti” e attraverso la quale il cavalletto guarda alle estroflessioni di Castellani solamente come scusa primordiale per trovare nella tridimensionalità una percezione tattile di presenza costante”, ha scritto Matteo Vanzan nella presentazione della mostra all’Area K che ha curato. “Scorrendo le sue opere – dalla mazza da baseball borchiata ironicamente ribattezzata KillBall a Black Desire, il guardiano oscuro – si sente che le opere di Ketra affondano le loro origini in un’estetica accurata, precisa, seguita quasi maniacalmente”, afferma Sara D’Ascenzo sul Corriere del Veneto. “Ketra suona come Homogenic di Bjork. Un lavoro tagliente e assolutamente vero, denso di passione che affonda le sue radici nei ghiacci islandesi, nella solitudine del pensiero e in una natura incontrollabile che vuole urlarci contro forze prepotenti, quanto elementari, dal fascino smisurato e pericoloso“, conclude Vanzan.

Francesca Baboni e Stefano Taddei, critici e curatori, “KETRA: CERTIFICATI DI MORTE

Famine, plagues, war and death scourges preceding the end Death is your only savior ” Slayer, Wicked

La nostra società ha certamente messo nel dimenticatoio una delle certezze dell’esistenza: la sua fine. La morte, per secoli, è stata una degna compagna della vita dell’essere umano. Nell’attualità, dominata dall’immagine e dai social, è una presenza mal sopportata che si cerca di occultare. Un vitalismo disperato cerca di mettere la morte in un angolo, dove si può recuperare solo se non se ne può fare a meno. Certe certezze religiose, per molto tempo dominanti e ora in irreversibile crisi, hanno amplificato la domanda di comprensione di questo fatto ineluttabile per tutti. La sparizione corporea infatti, pur modificandosi nel tempo, continua a parlare all’uomo.
L’artista Ketra presenta tre opere legate alla morte con un progetto che intende sviscerare il concept del bando nelle tre sue diverse dimensioni, quella socio-politica, quella ideologica e quella celebrativa. Attraverso due tipologie installative difatti l’artista tocca in modo trasversale le diverse accezioni a cui fa riferimento la simbologia del morire. L’installazione “Quaranta” è ispirata a un fatto reale di cronaca nera. In questo caso è evidente la dimensione socio-politica, nel momento in cui l’omicidio diviene patrimonio della collettività attraverso la divulgazione massmediatica, e viene inglobato nel numero dei numerosi casi di femminicidio e violenza alle donne. Prendendo spunto dalla situazione oggettiva iniziale – una giovane prostituta viene trovata morta sul greto di un canale e sono passati 40 giorni dalla scomparsa al ritrovamento del suo corpo divenuto oramai irriconoscibile a causa degli agenti atmosferici – l’artista ricostruisce attraverso l’azione artistica il percorso fatto dal corpo della ragazza come una sorta di via crucis della morte, cucendo ogni giorno per 40 giorni un pezzo del suo volto fino a completarlo, ricostruendone l’identità violata e il suo viso, mai mostrato dai giornali. In questo caso, si inserisce la dimensione ideologica legata al camminamento cristiano e nello stesso tempo quella celebrativa, nell’atto quasi mistico del ricostruire i passaggi della consunzione come in una sorta di simbolico rituale. Un percorso che va a terminare col blocco di terriccio, recuperato dall’artista dal luogo reale dove è stato rinvenuto il cadavere, adagiato sopra ad un piedistallo. Oltre all’installazione un video in loop evoca il paesaggio naturale in cui è avvenuto l’omicidio ancora senza colpevoli, e l’abbandono del corpo profanato dalle intemperie e dal tempo, che ha perso i suoi tratti distintivi. L’artista intende dunque evocare una riflessione sulla violenza, sessualità e identità negata per cercare di ricucire su tela nautica – che non a caso è impermeabile e non si scalfisce – la dignità violata di una donna.
L’installazione “Until death do us part” si lega alla dimensione socio-politica nel ricordare sia la pena di morte che l’eutanasia. Il lavoro difatti indaga il ciclo biologico e i fenomeni di decadimento fisico e di indebolimento, dalla vecchiaia fino ad arrivare alla conclusione della vita e alla fine del corpo materiale. La sedia a dondolo è la culla che accoglie ricordi di un’intera vita, e al contempo racchiude la speranza di abbandonare questa vita terrena in un modo dolce, come è il dondolarsi. In realtà ha elementi che indicano la costrizione sociale e la punizione, come le cinghie di pelle che alludono alla sedia elettrica. Accompagna l’installazione anche in questo caso un video in loop che propone una serie di pubblicità in bianco e nero, scene riprese da Carosello, contaminate da messaggi subliminali di tipo consumistico che alludono a un’atmosfera infernale e a una musica cruda e violenta che contrasta con le immagini patinate. Il sonoro assordante e ripetitivo, ineluttabile come la morte, dal titolo Soylent Green dei Wumpscut (ispirata all’omonimo film “Sopravvissuti”), in questa accezione allude a coloro che vissero quell’epoca florida e genuina ed ora in età avanzata si lasciano cullare verso la fine. Non esiste alcun rimedio contro la morte che ti possano vendere.